Non sono nato per

Facebook: Helen Savva Illustration & Digital Art

“Io credo che ciascuno venga al mondo con un motivo preciso, un compito. E credo che le fotografie del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum fossero il compito della mia vita. Sono venuta al mondo per scattare quelle foto e per scrivere questa storia, spettava a me”Qualche giorno fa leggevo queste parole sul Corriere, in un’intervista rilasciata da Nilüfer Demir, la reporter che ha immortalato il corpicino senza vita del piccolo Aylan sulle coste turche, acuendo il dibattito internazionale sul problema dei profughi siriani. Le sue parole hanno avuto l’effetto boomerang di scatenare una profonda riflessione sulla mia vita, ponendomi le stesse domande a cui lei si era solo data una risposta: qual è il compito della mia vita? Ho già raggiunto il mio obiettivo? Esiste davvero?

Secondo me la vita non ha degli obiettivi o dei compiti. Non nasciamo all’interno di un ingranaggio deterministico che ci porterà, come per effetto domino, in un tal punto in un certo momento. La nostra vita è fatta di scelte che giorno dopo giorno costruiscono il nostro destino. Confondere una scelta con un evento finalisticamente immodificabile ci deresponsabilizza dagli effetti delle nostre stesse azioni (spesso scellerate). Quando la Demir ha scattato quella foto ha compiuto una scelta precisa. La responsabilità di quell’azione è solo sua e non di un impersonale destino che (a suo dire) l’ha fatta nascere per quel (unico?) motivo. Le scelte, anche le migliori, sono sempre dicotomiche e come tali creano un angolo di luce (ciò che hanno determinato) e un angolo di buio e negazione (ciò che non hai scelto e come tale non è accaduto). Questo è il senso della vita: convivere con le nostre scelte e compierle con la consapevolezza e la responsabilità delle nostre azioni. Tu, cara Nilüfer, dovrai convivere con quella foto, per sempre. Nel bene e nel male.

#piùdi100. Se e quando serviranno più di 100 parole, le userò. Non rispetto mai le regole, tantomeno qui.

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17 thoughts on “Non sono nato per

      1. No, centocaatteri, non sono d’accordo gli abiti che ho deciso di indossare stamattina a discapito degli altri non possono e non avranno mai la stessa portata della mia scelta ad esempio di cambiare città. Il mio prof. di italiano soleva dire “Scegliere é un morire. Ma é il morire dei vivi.” E quanto é vero, ma é vero anche che ci sono scelte e scelte…conseguenze e conseguenze…morti e morti…

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      2. Capisco la tua obiezione, ma in realtà non trovo da un punto di vistra prettamente formale una differenza tra i due tipi di scelte. I tuoi vestiti, magari senza accorgertene, hanno creato una serie di azioni/reazioni nel tuo modo di rapportarti con gli altri e nel modo in cui gli altri ti percepiscono tutt’altro che insignificanti.

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      3. Certo…è la vecchia storia del battito d’ali di una farfalla in grado di scatenare un uragano all’altro capo del mondo…ma visto che se non sbaglio nel tuo post hai parlato di coscienza e responsabilità credo che la nostra coscienza sia in grado di farci apprezzare l’importanza e le conseguenze solo si alcune delle nostre scelte ed é di quelle che siamo realmente responsabili. Se mi ubriaco in discoteca e al ritorno deciso di guidare è una scelta di cui mi assumo la responsabilità cosciente delle possibili mortali conseguenze per me e per gli altri, ma se oggi indosso una maglietta di New York che mi è stata regalata identica a quella dell’ex fidanzata di pinko pallino il quale vedendomi, ripiomba nella più nera disperazione per la perdita dell’ex, ne sono responsabile certamente, ma non cosciente.

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      4. Non ne sei responsabile né cosciente, ma che tu sia causa di quell’evento è innegabile (per questo penso che il caso sia l’altro elemento fondamentale da tenere in considerzione). Nel nostro destino ci stanno le nostre scelte (sì, quelle coscienti) e il caso (tutto ciò che indirettamente ci troviamo di fronte, ma che, consciamente, non potevamo prevedere).

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      5. E su questo siamo pienamente d’accordo.
        Ho usato impropriamente la parola responsabile nell’ultimo esempio. Intendevo che ne ero la causa.
        Ma proprio perché c’è la variabile della casualità che viene a scombinare tutte le carte penso che nonostante alcune nostre scelte insignificanti possano avere conseguenze enormi, é solo di quelle di cui siamo pienamente consapevoli che abbiamo la piena responsabilità.
        È per questo che, ribadisco, per ognuno di noi, ci sono scelte e scelte…e solo di alcune dobbiamo assumerci la piena responsabilità e ponderarle bene perché potranno come hai detto tu condizionare tutta la nostra esistenza e in casi estremi quella dell’intera umanità.

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    1. Sono d’accordissimo. The butterfly effect è tutt’altro che una teoria iperbolica. Nella mia (breve) vita ho già sperimentato più volte che spesso eventi assolutamente causali, non programmabili, hanno avuto un effetto straordinario su tutte le mie scelte successive o viceversa, una scelta ha avuto dei risvolti quasi imprevedibili.

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  1. Hai toccato un “tasto” filosofico che risuona molto nella mia mente; le mie convinzioni sono diverse dalle tue e molto pessimistiche sui gradi di libertà della vita dell’uomo e sul significato della parola “scelta”. Quanto alle “scelte”, nonostante le mie perplessità, cerco di fare del mio meglio. Non credo di avere un vero compito, né di dover raggiungere o di aver raggiunto un obiettivo. Sono cose che si dicono a posteriori, dopo che si è messo in moto un ingranaggio enorme con un piccolo gesto, in questo caso un clic.

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  2. E’ talmente poco quello che possiamo decidere della nostra vita.
    Non di meno però diminuiscono le nostre responsabilità sulle scelte compiute. Ed hai perfettamente ragione: con quelle ci dobbiamo convivere. Nel bene e nel male.

    Un saluto!

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