Le colpe dei padri

Scrivo una lettera ai miei compagni, ai figli di una generazione dimenticata: ventenni, venticinquenni, trentenni. Non eravamo ancora nati quando la politica comprò il voto dei nostri padri e dei nostri nonni, promettendogli pensioni che non si potevano permettere. Non eravamo ancora nati quando la politica utilizzò le assunzioni pubbliche per diminuire la disoccupazione. Lo fecero vendendo il nostro futuro, ed oggi paghiamo quel voto di scambio. Noi che vent’anni fa non potevamo votare e non contavamo nulla.

L’ho detto a mio padre. Gli ho urlato che se oggi l’italia è ridotta a questo è per colpa della sua generazione. Una generazione che ha avuto tutto, in discesa: prestiti, mutui, lavoro, boom economico. Una generazione che non ha avuto un briciolo di lungimiranza. Non ha pensato ai suoi figli e ha voluto tutto per sé, votando politici che promettevano briciole, senza pensare al Paese, al domani. Siamo i figli di una generazione egoista, che ha commesso il peccato più grande: rubare il futuro dei suoi figli.

Oggi, invece, ci dicono che siamo noi gli inadeguati, i “bamboccioni”. È colpa nostra se questa crisi ci sta sgretolando: non abbiamo spina dorsale, siamo sfaticati e senza voglia di lavorare. Ma nessuno parla di quello a cui ci pieghiamo. La stessa generazione di mio padre, quella che ha sfornato dei perfetti self-made man, oggi ci sfrutta. Sono loro che ci assumono per stage gratuiti e che ci pagano 400 euro al mese. Sono gli stessi che hanno lottato per l’articolo 18 quando avevano vent’anni e che ora ce ne privano perché il lavoro deve essere più fluido. Sono gli stessi uomini che oggi ci assumono con contratti precari e che ci ridono in faccia quando parliamo di lavoro stabile. Sono i nostri padri.

Abbiamo studiato e ci siamo laureati. Non l’abbiamo fatto perché avevamo “diritto alla laurea”, come pensa qualche opinionista da strapazzo. L’abbiamo fatto studiando per 24 anni in scuole fatiscenti, portandoci la carta igienica da casa. Siamo stati studenti di insegnanti precari, che nonostante le mille difficoltà ci hanno insegnato i valori che portiamo nel cuore: dedizione, perseveranza, passione per lo studio, senso critico. Ci siamo laureati viaggiando per l’Europa e conoscendo la bellezza dei sistemi educativi degli altri paesi europei. Un’Europa dove l’istruzione è gratuita o quasi. Non come l’Italia, che svilisce i sui migliori laureati, destinando ad un dottorato di ricerca, il più elevato titolo di studio, una borsa di meno di mille euro al mese. Non come l’Italia, che ha i professori universitari più vecchi d’Europa e non si preoccupa di cambiare qualcosa.

Siamo i figli della generazione del ’68. Di quegli amori sbocciati nei prati. Eppure quella generazione non ci permette di amarci. Non riconosce il nostro amore se è rivolto ad una persona del nostro stesso sesso. Non ci permette di pensare a dei figli, perché non abbiamo di cosa sfamarli. Siamo nati dalla generazione razzista che chiamava “terroni” degli italiani nati a 400 km di distanza. La stessa che oggi non capisce la solidarietà e la tolleranza dei suoi figli, cresciuti con dei compagni di classe provenienti dal mondo intero.

Ringrazio mio padre per essere stato incosciente e spensierato. Deve esere stata una vita fantastica, con tutto il futuro davanti. Deve essere stato eccitante cogliere le mille possibilità di un’economia in crescita. Lo ringrazio per non essersi accorto di tutti i soldi che ha speso per me, per avermi amato così intensamente dall’essere stato accecato dal desiderio di una famiglia che fosse un porto sicuro per i suoi figli. Lo ringrazio perché quei soldi lo Stato poteva investirli per il Paese, invece li versa nella sua pensione,  che ci aiuta sempre. Ringrazio il suo amore per la nostra famiglia. So bene che ha fatto certe scelte per renderla perfetta e solida. Ma non potrò mai dimenticarmi di quella terribile leggerezza: aver pensato che in Italia sarebbe rimasto tutto uguale. Aver pensato che mi sarei accontentato di essere il figlio di una perfetta famiglia italiana.

No, volevo essere incosciente e spensierato, volevo una vita fantastica con tutto il futuro davanti. Volevo avere un’opportunità da giocarmi. Volevo vivermi la bellezza dei miei vent’anni, la terribile sofferenza delle scelte importanti, il dolore del fallimento e la gioia fresca del successo. Volevo provare ad essere me stesso nel mondo, toccando la libertà di un domani tutto da costruire.

Ora che l’inganno è svelato è troppo tardi per rimediare. Non potete più rimediare. Lo faremo noi, una generazione brillante, forgiata dalla crisi e dalla crudeltà del mondo globalizzato. Lo faremo per i nostri figli, per un domani incosciente e spensierato, con tutto il futuro davanti.

Oggi inauguro la rubrica #piùdi100. Se e quando serviranno più di 100 parole, le userò.

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23 thoughts on “Le colpe dei padri

  1. Concordo, è servita ogni parola in più. Io ho due lauree, in un paese in cui la conoscenza sembra essere ridotta ad un capriccio per gente raffinata – come scriveva Todorov! Sento tutta la malinconia e la frustrazione della mia generazione. Dopo le tue parole, per la prima volta, penso sarà anche la nostra forza. Amen! Grazie e complimenti compagno mio.

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  2. Sono del ’51, abbastanza vecchio da essere forse tuo padre e della mia infanzia ricordo l’ansia che mi attanagliava ogni giorno, quando tornando a casa da scuola sentivo alla radio durante il pranzo le notizie sull’Algeria e l’ultima esplosione nucleare americana, russa o francese, sentivo la precarietà della vita quotidiana con un padre che faceva prima 3 poi finalmente solo due lavori, con una madre che, visto il costo dei primi pannolini, usava per il fratellino il cotone idrofilo che poi se erano solo bagnati di pipì li lavava e li stendeva ad asciugare.
    Ricordo che alle superiori, fine anni ’60, oltre a occupazioni e assemblee si facevano gruppi di studio sull’inquinamento, ricordo la neve a Milano che in quegli anni al secondo giorno era grigia al terzo nera e scendere dal marciapiede era un problema non sapevi se si trattasse di asfalto o di neve semisciolta. Ci volle anche del coraggio, oltre che l’incoscenza giovanile, per fare manifestazioni perché la giustizia facesse luce sulle bombe che in quegli anni avevano cominciato a insanguinare l’Italia, manifestazioni fatte di corsa inseguiti da celerini che, per fortuna in assetto antisommossa non potevano corre tanto veloci come noi.
    Certo chi si impegnò in queste cose a volte lo fece superficialmente, altri appena ne ebbero l’occasione usarono quel po’ di esperienza politica per fare carriera in un partito o in un altro, ma ricordo che spesso i più sensibili e acuti tra noi finirono per curiosità e/o disperazione all’obitorio con un ago in vena, altri in ospedale psichiatrico o suicidi, quindi insomma alla fin fine che dire: forse hai ragione, quelli sopravvissuti e riprodotti erano il peggio della nostra generazione, non mettermi in conto da una parte o dall’altra, in ospedale psichiatrico ci sono stato a trovare vari di quegli amici di cui sopra e non ho mai avuto desiderio di perpetuarmi per interposto figlio.

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    1. Grazie mille per aver condiviso con noi questi ricordi. I ricordi dei tuoi vent’anni. Io penso che avere vent’anni sia sempre difficilissimo. Troppe scelte difficili da fare, con tutto il mondo addosso. La differenza con le generazioni precedenti è che la nostra non ha prospettiva. Per la prima volta i figli sono più poveri dei padri. Questo non è successo con mio padre, che pure è nato da una famiglia contadina ma ha avuto il sogno di una vita diversa, sudata respiro dopo respiro, giorno dopo giorno. Noi, invece, non abbiamo niente per cui sognare!

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  3. Forse ogni generazione ha il giusto carico di rivoluzioni da fare in linea con la propria forza potenziale. Anche io faccio parte della tua generazione e rispetto ai nostri padri (che poi il mio era emigrato all’estero quindi nessuna discesa per lui e tanti come lui) e credo che a noi la vita attraverso le circostanze chiedono di saper crescere e trasformare questo gran casino per mettere le basi ad un corso semplicemente diverso della storia … meno divoratore sia nelle relazioni economiche che umane. Siamo pionieri di un tempo nuovo, nuove guerre sono in corso e nuove forme di soluzioni vanno ricercate e tante ancora imamginate.
    Complimenti, bel blog e grazie di aver iniziato a seguirmi.
    Leonardo

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  4. Non appartengo alla generazione dei figli del ’68: sono cresciuta negli anni del boom economico, figlia di padri che uscivano dalla miseria e dalla guerra e credevano in un’Italia diversa. Il mio, di padre, mi ha insegnato valori che oggi sono irrisi dai più: l’importanza di camminare con le proprie gambe, di non cercare facili scorciatoie, di non rinunciare alle proprie idee in cambio di un vantaggio immediato.
    Il mio ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto in un periodo già difficile, passata la sbornia di quei “fantastici” anni ’80 che hanno creato la premessa della miseria, morale e materiale, di oggi. Anni di precariato, ma alla fine ho avuto un contratto a tempo indeterminato; un tipo di contratto che oggi è diventato per tanti un miraggio, in nome della flessibilità (dal latino flectere, ovvero piegarsi… le parole dicono sempre più di quanto pensiamo). Lavorando nella scuola, ho assistito alla sua demolizione progressiva, riforma dopo riforma: tagli sulla pelle dei ragazzi, sul loro diritto all’istruzione, sulla qualità del sapere. Ai miei studenti continuo tenacemente ad offrire spunti di riflessione, stimoli a crescere e conoscere ciò che hanno attorno; cerco di far comprendere la bellezza e l’importanza del pensiero critico, in un mondo in cui prevale il pensiero unico o il non pensiero. Una battaglia forse persa in partenza, ma che non smetterò mai di combattere. Come dice il mio amato Cyrano: che senso ha battersi solo se la vittoria è certa? E, come Cyrano, spero che i ragazzi del futuro non diventeranno un “un come tu mi vuoi” pur di ottenere un risultato.
    Un altro futuro è possibile, ma va costruito a partire proprio da quella generazione che qualcuno, con superficialità e arroganza, ha definito di bamboccioni.

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